26.12.09

Pausa (di riflessione)





Dal cibo, dalle festività, dal traffico e dal caldo onnipresente.

Fra un paio di giorni (da interpretarsi come: dal 2 gennaio in poi) un paio di aggiornamenti (uno dei quali provvisoriamente intitolato "Il reverendo, il sogno americano e il cane" e l'altro è ancora senza un nome). E un nuovo progetto (pseudo "alternativo") che sto per iniziare (e che avrà un sito dedicato).

Per il resto auguri. In ritardo obviously. Anche se per quelli di fine anno sono nettamente in anticipo.

Brevi "note" di chiusura:

-Letto "Mater Morbi" (QUI una serie di "contenuti speciali" postati dallo stesso Recchioni), mi è piaciuto, ma speravo in un qualcosa di più estremo. Complimenti al dinamico duo, in ogni caso.

-Finito "Bar Sport" (S. Benni), "Effetti collaterali" (W. Allen) e "Il peso della farfalla" (E. De Luca). Tutti e tre ottimi acquisti.

-Un paio di giorni e inizierò "Gli insegnamenti di Don Juan" (C. Castaneda).

-Mi hanno regalato un cuscino a cui collegare l'iPod, un motivo in più per rimanere sul letto d'ora in poi.

-In questi giorni conto di andare a vedere lo Sherlock Holmes di Ritchie (giusto perché "Rock'n'rolla" mi è piaciuto e Robert Downey Jr. è un signor attore)

-QUI trovate il calendario 2010 de "I 400 calci". Già scaricato e finirà appeso al muro quanto prima. 


-Riscoperti i Motörhead. 

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21.12.09

No, grazie






Me ne frego di tutti quelli che mi dicono “Doc stai diventando vecchio” o “Ehi Doc a quando la prossima visitina?”.
Ma farsi una buona dose di fatti propri e diventato demodé?
Certo è innegabile, ci sono segnali inequivocabili, ma è meglio non prenderli troppo sul serio.
Pian piano ti accorgi che stai invecchiando, che a fare le scale impieghi sempre un minuto in più.
Che non sorridi più come un tempo e se lo fai ti vergogni dei denti che ti mancano.
Questo vuol dire invecchiare, soltanto questo.
Per non parlare poi del rapporto con gli altri, ogni giorno ti svegli e non vorresti nemmeno alzarti dal letto, perché sai, in cuor tuo, che dovrai sorridere ad un qualche vicino preso a caso nel condominio, che la signora del quinto piano è sempre benevola fino a quando non lasci impronte di fango nell’ingresso e che il postino, imperterrito trentottenne di altri tempi, non imparerà mai a mettere la posta nella casella giusta.
Un’altra cosa, penso l’ultima, parliamo dello sport.
Non dimentichiamoci di tutti i medici che puntualmente ci invitano a fare un minimo di attività motoria ogni giorno. “Così il sangue si mantiene in circolazione a dovere”, “Così sarete sempre giovani”.
Ma quando mai? Ho ottant’anni, cazzone, non lo vedi che a mala pena riesco a respirare?
Che impiego quindici minuti per farmi due piani di scale a piedi?
Perché mai con quaranta minuti di attività fisica al giorno potrei ringiovanire?
Ma, soprattutto, dovrei ringiovanire?
A quest’ora ci sarebbero tanti Benjamin Button in giro per il paese.
Però immaginate ringiovaniscano soltanto fisicamente e non mentalmente.
Avremmo ottantenni nel corpo di ventenni, che non pensano ad altro che a tette, culi, pastina in brodo e sigarette nazionali. Con la differenza che alla prima erezione sarebbe il caos, uscirebbero a far baldoria. Degenererebbe l’intero sistema.
Quindi no, grazie, ma io non voglio esser parte del processo di autodistruzione della nazione.
Preferisco rimanere nel mio piccolo cosmo, nella mia assenza di denti (ed erezioni).
No, grazie, non voglio nemmeno acquistare quel portentoso apparecchio per l’udito che mi consentirebbe di udire fino a distanze inimmaginabili, poi sarei costretto ad ascoltare mia moglie per ogni sua minima lamentela.
E’ bello, invece, ogni tanto isolarsi dal mondo, gli altri parlano e tu ti limiti ad annuire.
Magari passerai per un buon coglione, però riesci ad uscire dignitosamente dalla maggior parte delle discussioni.
No, grazie, non voglio nemmeno un paio di occhiali nuovi, di quelli che sono chiari in interni e scuri in esterni. Tanto sarebbero scuri anche in interno, quella usa sempre lampadine da tremila wolt per illuminare il soggiorno.
E io ci vivo in soggiorno.
E no, grazie, ma non intendo ordinare tre pizze special per averne in omaggio una ai peperoni, a me i peperoni fanno dannatamente male.
No, grazie, io rimango in casa a fumare la pipa e me ne frego di tutto il resto.
E si, sto invecchiando. Sono nato vecchio.
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16.12.09

Mille volte mille





Era un uomo come tanti altri, né più né meno.
Era il suo ultimo giorno di lavoro, poi L'uomo delle colonne sonore sarebbe potuto andare in pensione. Meritatamente, dopo oltre settant’anni di onorato servizio.

Era sovrappeso, e questo non gli andava a genio. Stava iniziando a perdere i capelli, e neanche questo gli andava molto a genio. Ringraziava il signore per averlo fatto smettere di fumare quando era ancora un giovane sbarbato, altrimenti avrebbe avuto anche il fiatone.
Però, da lì a poche ore, sarebbe andato in pensione e questo lo rendeva, invece, parecchio contento. Soddisfatto, come un bambino messo di fronte ad un vasetto di Nutella. 
Avanzava a tentoni nel buio del retrobottega, ma non mancava mai di ancheggiare come suo solito e di fischiettare prima un jingle e poi un altro, consapevole che nessuno sarebbe venuto a fargli visita quel giorno. Come era successo per tutti gli altri giorni.

Fu durante l'ultima ora di lavoro, invece, che entrò in negozio una cliente.
Si presentò, disse di essere La regina delle celebrità.
Per un attimo L'uomo delle colonne sonore ripensò a quella canzone che tante volte gli era riechegiata nella sua testa minuta, il nome era quasi lo stesso della donna nella canzone, ma lei non sembrava affatto magnifica e senza una età, era anzi piuttosto bassina. Con dei lunghi capelli neri, leggermente mossi, e due seni minuti, che in una coppa di champagne ce ne sarebbero stati comodamente quattro, capezzoli compresi. 

Aveva, poi, dei fianchi striminziti, quasi inesistenti. Un vitino da palo di scopa, più che da vespa, pensò lui.
E degli occhi, color nocciola che da lui non distoglievano mai lo sguardo.
Furono attimi interminabili per entrambi, poi lui la baciò, come mai aveva fatto prima in vita sua. E fu subito amore.

Lui chiuse per bene la porta del negozio affiggendovi un cartello con scritto “Chiuso per cessata attività”, lei telefonò al suo agente comunicandogli che non avrebbe voluto più sentirlo a vita (dicono si sentì un tonfo dall’altro capo dell’apparecchio). E insieme si incamminarono, come nelle migliori storie, verso una ridente casa nella tiepida campagna.
Dove trascorserò giorni dolci e notti di fuoco.

Non vissero felici e contenti, non per molto almeno.
Lui, spossato dalla monotonia della vita da pensionato, tornò dopo un paio di mesi a lavorare e lei, che in vita sua non aveva mai fatto vita da casalinga, vedendosi ingrassare a dismisura e priva delle attenzioni di migliaia di occhi digitali puntati su di lei, prese nuovamente a calcare i palcoscenici e le passerelle di tutto il mondo.

Si incontrarono nuovamente un paio di anni più tardi, una sera di Dicembre, faceva freddo ed erano entrambi senza cappotto, ma decisero ugualmente di tenersi a debita di stanza l’uno dall’altro.

Un semplice “Ciao”, freddo e insicuro, e si incamminarono in direzioni divergenti.
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12.12.09

Thomas





Thomas ha vent'anni.
Thomas si alza ogni mattina alla solita ora, le 9.28.
Il suono della sveglia, ogni giorno uguale, gli rimbomba nelle orecchie.
Ogni mattina pensa ad una maniera alternativa per preparsi il caffè, se col latte -anche se non sarebbe necessario- o con qualche altro strano ingrediente aggiuntivo. Potrebbe essere lo zucchero non raffinato, meglio noto come zucchero di canna. O il miele. O ancora la marmellata. Ne conserva diverse varietà nel suo frigo, dalla ciliegia ai frutti di bosco. E poi fuma. Fuma una sigaretta prima di bere il caffè e una dopo, per non andare contro tendenza e rimanere all'interno del coro. E fuma sempre e soltanto Pall Mall blu, mai nessun altra marca. E infine si decide a vestirsi.
Abiti casual. Generalmente apre l'armadio e prende le prime cose che gli capitano sotto mano.
Non bada all'aspetto esteriore. Non gli interessa. Non ha il tempo necessario per farlo.
E infine si decide ad uscire -è costretto a farlo- ad andare come ogni giorno a lavorare, ripercorrendo la solita strada, incontrando i soliti negozianti lungo il cammino e assaporando sempre gli stessi odori, le stesse amarezze e rivivendo le stesse situazioni, in un perpetuo déjà-vu quotidiano. Senza fine.
Thomas lavora incessantemente ogni giorno. Nove ore al giorno. Arriva sul posto di lavoro alle 10 e smonta alle 20 in punto. Ha un'ora di pausa per pranzare. Generalmente è solo, non frequenta i suoi colleghi di lavoro, li ripudia e pensa loro facciano altrettanto. Li immagina come macchinette armoniche di metallo e carne, molle in tensione pronte a scattare una volta che vien fornita loro la giusta pressione. Thomas consuma il suo piatto ipocalorico e riprende a lavorare.
Sospetta qualcuno trami alle sue spalle, ma è la routine. Gli succede da quando aveva cinque anni, da quella volta in treno, in cui non era riuscito a rendersi conto di quello che stava succedendo e si era poi ritrovato in una delle situazioni peggiori e più angoscianti della sua vita.
Terminato il suo turno di lavoro torna a casa.
Percorre lo stesso tragitto compiuto al mattino, senza curarsi delle insegne accese e della gente per strada.
Torna a casa e cena. Con la solita scatoletta di cibo preconfezionato. Non può permettersi altro. Guarda la tv, solito intrattenimento di bassa lega, utile a conciliargli il sonno. Sul divano. Come ogni sera.
Una vita abitudinaria, scandita da ritmi precisi, predeterminati.
Thomas non lavora. Non dorme, o meglio, lo fa per la maggior parte della giornata, è alimentato artificialmente, non cammina, non può. Non riesce nemmeno a parlare. Una sedia a rotelle ed una badante di 37 anni sono i suoi soli compagni nel corso delle sue lunghe giornate. Interminabili.
Thomas ha vent'anni. Da quando ha memoria sogna di camminare, di correre, di giocare con gli altri bambini. Come gli altri bambini. Sa che non potrà mai farlo. Si limita ad immaginare, a sperare che la sua vita gli riservi qualche sorpresa, che non sia la perdita della vista o dell'udito, o il dover rinunciare al controllo sull'ennesimo arto.
Ha sempre quel barlume di speranza che lo spinge ad andare avanti, a svegliarsi ogni mattina e sorridere al mondo.
Thomas ha vent'anni.
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Viale del tramonto





Eva è morta. La donna che in questo momento stona sul palco è ormai la brutta copia di sé stessa. Magra, smunta e con la voce roca, non le è rimasto più niente del fascino e della trasgressione di quella ragazzina ventunenne dai capelli neri e mossi. Una rancida copia della mome che canzona ogni suo aspetto e prova a guadagnarsi il pane quotidiano, riuscendoci a stento. E io, noi, poveri illusi, la accompagniamo. Perché a conti fatti non sapremmo dove andare, cosa fare, e ci sta bene passare agli occhi di tutti per la sua “band” piuttosto che per dei vecchi buoni a nulla, per giunta di colore. Questa non è Parigi, lì eravamo perfettamente integrati, se sei negro nessuno viene a dirti niente, lì è di colore una persona su tre, sarebbe come offendere il proprio vicino di casa o sputare in faccia alla propria madre e pensare di farla franca. Ma qui è diverso, in questo posto, che chiamano la Città degli Angeli, per gente come noi è impensabile, impossibile, andare in giro da soli dopo una certa ora e in certi luoghi. Ci sono quartieri dove ci mangerebbero vivi e, se sapessero di Eva, penserebbero anche alle nostre ossa. E lei, stupida cinquantacinquenne, si ostina a vestirsi come una puttana d’alto bordo, a provocare gli spettatori, senza rendersi conto che un pezzo di legno non se lo farebbe proprio nessuno. Non oggi, che lo stupro è quasi legalizzato. Non oggi, che la pedofilia è a un passo dall’entrare nei dizionari come pratica sessuale convenzionale. Non oggi, che pagare una escort costa quasi quanto un Big Mac. Ogni sera un night diverso, ogni sera cento dollari che ci tocca dividere in cinque. Ogni sera quel letto diventa sempre più scomodo e lo stomaco sempre più piccolo. E i miei capelli sempre più bianchi. Vaffanculo Eva, avevi tutto, bellezza, successo, ma vi hai rinunciato per seguire lui, quel Jacques Brel d’altri tempi. Era bello certo, ma altrettanto bastardo. Ci ha venduti al miglior offerente, ti ha lasciato in suo ricordo due feti che mai hanno visto la luce e svuotato il tuo conto in banca. Vaffanculo Eva, avresti dovuto darmi ascolto quando ti mettevo in guardia. Abbiamo iniziato noi due insieme, non avresti dovuto allontanarmi nel momento del bisogno. Vaffanculo Eva, io ti amo.
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